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"The THING"
Regia: John Carpenter
Interpreti: Kurt Russell, Keith David, Wilford Brimley,Richard Dysart, Richard Masur
USA 1982
Antartide: la quiete di una base scientifica americana viene interrotta dall’arrivo di un equipaggio norvegese che tenta di uccidere un husky, apparentemente senza motivo. L’elicottero esplode in un incidente e l’equipaggio rimane ucciso senza riuscire a spiegare le motivazioni di quel gesto, mentre il cane viene accolto all’interno del campo. Il pilota McReady ed il dottor Copper, si recano al campo norvegese per indagare sui motivi di quella follia. Troveranno orrori agghiaccianti, un sarcofago di ghiaccio ed un mucchio di materiale cartaceo e video. Intanto l’husky, che era stato condotto nel canile, muta in un’orribile creatura che attacca gli altri cani del campo, e riesce a fuggire. La videocassetta trovata nella base norvegese svela il ritrovamento di un'astronave che conteneva il corpo congelato di un essere alieno, situato nel sarcofago. Uno degli scienziati della base scopre che si tratta di un organismo alieno che usa assimilare le caratteristiche cellulari delle proprie vittime per sostituirsi a loro, mutando ed imitando qualsiasi forma di vita con la quale entra in contatto. Il terrore inizia a serpeggiare nella base, la contaminazione è iniziata, ogni componente diffida dell’altro...”la cosa” è in grado di assimilare chiunque. Straordinario rifacimento de “La cosa da un altro mondo” (1951) di Christian Nyby, è da considerarsi uno dei film più riusciti del regista americano, che purtroppo non sempre è stato in grado di toccare simili vette. Interessante il parallelismo con un altro capolavoro fanta–horror di quel periodo, ovvero “Alien” (1979) di R.Scott. E’ incredibile quanto il confronto tra questi due film metta fortemente in evidenza una profonda differenza di stili e di approcci, ed al tempo stesso un enorme talento che accomuna i due grandi registi, ognuno a loro modo. Prendiamo per un attimo in considerazione l’aspetto prettamente visivo del loro stile registico: lì dove Scott tende ad ombreggiare, a filtrare la luce, sempre fortemente orientato ad una maniacale e pur sempre personalissima scelta fotografica, Carpenter è assolutamente diretto, freddo, quasi documentaristico, volutamente asettico.
Il suo approccio all’immagine non lascia nulla al caso, mettendo in evidenza dettagli fortemente definiti, crudi ed essenziali. Ma forse ancor più straordinario è l’evidente (forse non a tutti) matrice Lovecraftiana che lega questi due eccezionali lavori: che siano alieni di Scott o di Carpenter ci troviamo comunque di fronte a qualcosa di estremamente antico, sopito da tanto (troppo) tempo, e con un evidente comune denominatore: l’ostilità. Una descrizione abbastanza calzante per i “Grandi Antichi” che popolavano le storie dello scrittore di Providence. Se però in Alien la creatura infiltratasi nell’astronave “Nostromo” voleva uccidere e basta, liberando il potenziale distruttivo della sua specie senza nessun secondo fine, la “cosa” Carpenteriana vuole soprattutto sopravvivere. Sarà questo un elemento continuamente presente in tutto il film: umani e alieni, una specie che vuole prevalere, o meglio sopravvivere all’altra, con tutti i mezzi a propria disposizione. Si delinea l’amara metafora che il regista americano vuol dare della realtà: il nemico è colui che ti siede accanto, tutto ciò che sembra esserti noto e familiare non è quel che sembra. La crisi di identificazione della società si va sgretolando, come nel film va emergendo sempre più la diffidenza e la totale estraneità verso il prossimo. ”Nessuno si fida più di nessuno” confessa McReady al microfono del registratore a nastro, unico baluardo di certezza in una realtà sempre più precaria. Il livello di tensione, di smarrimento e di claustrofobia che viene raggiunto ha pochi eguali nella storia del cinema fantastico: Carpenter gioca con lo spettatore mutando continuamente i punti di riferimento che istintivamente si creano guardando un film, spostando continuamente il sospetto su ognuno dei 12 componenti della base. La "cosa" può essere chiunque, può essere ovunque senza che tu te ne possa rendere conto: ciò che sembra essere non è...I riferimenti letterari non si esauriscono di certo con Lovecraft: “La cosa da un altro mondo” di Nyby era già direttamente tratto (poco fedelmente) dallo splendido romanzo breve “Chi va là?” (Who goes there?) del grande John W. Campbell. Sopraffino maestro della SF del dopoguerra, Campbell influenzerà decine di grandi esponenti della narrativa fantastica americana: “Chi va là?” resta uno dei suoi racconti più famosi e memorabili (ma ci sarebbe l’imbarazzo della scelta). Carpenter ci regala il più bel tributo che un grande regista può fare ad un grande scrittore: fedeltà alla trama ed al messaggio nella trasposizione cinematografica, personalizzazione di questi elementi secondo i dettami della propria sensibilità artistica. Gli effetti speciali di Rob Bottin e Roy Arbogast sono davvero stupefacenti: considerando che si tratta di un film di 21 anni fa,
gli effetti meccanici e di make-up sono tra i più evoluti
mai visti nella storia del cinema.
La “cosa” cambia in tutto il film almeno una dozzina di forme e aspetti, in un continuo divenire, in una continua metamorfosi della realtà sempre totalmente diversa dalla precedente. Poco presente ma comunque affascinante la colonna sonora di Ennio Morricone, che non gradì il ridottissimo utilizzo che ne fece Carpenter in fase di montaggio. Il film ebbe purtroppo uno scarsissimo riscontro di critica e pubblico quando uscì nelle sale, dovuto senz’altro alla contemporanea uscita di “E.T. l’extraterrestre” di Spielberg. Molto più semplice e rassicurante affidarsi alla giocosa e positiva visione di Spielberg piuttosto che al pessimismo degli orrori Carpenteriani, alla raffinatezza delle sue inquietanti visioni altamente disturbanti. “La Cosa” rimane probabilmente un punto di arrivo del fanta-horror; un riferimento per tutti, un cult-movie assolutamente imperdibile da studiare nei minimi dettagli,
soprattutto ora che è uscito il DVD con più di mezz’ora di
Director’s cut. Intanto,in una recente intervista, sembra che Carpenter abbia manifestato il sogno di realizzare un seguito: attendiamo ansiosi!
Recensione tratta da: splattercontainer
Blade Runner di Ridley Scott
Blade Runner ha rappresentato una rivoluzione per il moderno cinema di fantascienza. Invece di avventure spaziali sprizzanti spirito dei pionieri, questa pellicola ci offre un mondo degradato, dove la poesia combatte per rimanere in vita.
Rick Deckard (Harrison Ford), poliziotto-killer poco amante dei suoi stessi simili, si muove su di una Terra post-apocalittica, battuta perennemente da piogge radioattive. Il suo compito è ritirare (eufemismo per indicare l'uccisione) androidi che si sono ribellati e che sono fuggiti dalla loro schiavitù. Ma Deckard è un uomo disilluso, stanco di sopprimere creature viventi a sangue freddo, creature che forse sente più simili a sè dei suoi stessi simili, con la loro voglia di sopravvivere e con la loro scarsa empatia. E' però costretto a compiere il suo sporco lavoro e a scontrarsi con l'ultima generazione di androidi, i Nexus 6. Forti, intelligenti, agili, i Nexus 6 mal tollerano la loro condizione di sfruttati. Non possono sopportare di essere in condizione di schiavitù, soprattutto nei confronti degli uomini che sono loro così inferiori, ma soprattutto non possono smettere di lottare per qualcosa che pensano gli sia dovuto: una vita. I Nexus 6 infatti hanno un limite vitale di 4 anni, limite che gli rende impossibile crearsi una vera vita, sviluppare dei veri sentimenti. Un limite che li costringe a rimanere per sempre dei surrogati degli uomini e li blocca dall'esprimere tutto il loro potenzionale di eccezionali creature viventi.
Come moderni Luciferi, gli androidi, capitanati da Roy Batty (un gelido Rutger Hauer), cercano il loro creatore, gelosi di essere stati spodestati nel suo cuore dalla genia che infesta la morente Terra e lo spazio circostante. Vogliono un'anima, vogliono i sentimenti, vogliono che la loro esistenza non si perda nella pioggia, ma che assuma un significato, che ne rimanga un ricordo, che non venga cancellata con la facilità con cui si schiaccia un moscerino. Ma come gli angeli ribelli, saranno scacciati all'inferno, non da loro padre, ma dal tempo effimero che li rende così speciali. Perchè è proprio il breve lasso di tempo che hanno a disposizione a fargli vivere ogni esperienza con più partecipazione, con più slancio, con più amore della vita stesso. La candela che spetta loro è corta, ma la bruciano da entrambe le parti. E per Deckard questo sarà il capolinea; non potrà più compiere il suo dovere, ma si rifugerà fra le braccia del suo amore, la replicante Rachel (Sean Young), senza chiedersi cosa gli riserverà il futuro, ma vivendo per il momento. Il finale di questa pellicola ci lascia quindi con una speranza per il futuro, a differenza del libro da cui è tratto, e Ridley Scott sfodera tutta la sua abilità per rendere la ricchezza di questa poesia su grande schermo. Aiutato in questo da un cast superlativo e dalle evocative musiche di Vangelis. Un grande capolavoro degli anni '80 e del cinema eterno. Autore: Elena Da Prato Tratto da: CastleRock
«Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi. Navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, E ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo... Come lacrime nella pioggia. È tempo... Di morire.»
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